Da una lettera di Beatrice Lanfranchi datata 12 ottobre 1860
Carissima Carolina,
vi è una confidenza che mi pesa sul cuore come una di quelle nebbie sottili che, senza mostrarsi, velano ogni cosa. Voi sapete quanto io ami osservare le anime altrui — e, più ancora, il modo in cui esse si lasciano credere, più che conoscere.
Ho avuto, non è molto, l’occasione di imbattermi in una figura quanto mai singolare, che mal saprei se definire creatura vivente o ingegnosa invenzione dell’umano intelletto. Non si mostra mai allo sguardo, e tuttavia par sempre presente, come un’ombra discreta che accompagna senza mai rivelarsi.
Non è dato volto alcuno, né gesto, né voce; eppure vive e si manifesta unicamente per mezzo della parola scritta. Compone missive ardenti, indirizzate a uomini e donne, assumendo di volta in volta le sembianze di un’amante devota, talora di una concubina appassionata; e da tale esercizio, lungi dall’essere mero capriccio o passatempo, ella trae deliberato profitto, mercanteggiando affetti e simulando trasporti con fine accortezza.
E nondimeno, ciò che più mi colpisce e quasi mi turba, è la sua singolare arte d’insinuarsi nell’animo di chi si rivolge: risponde a ciascuno con tale premura e sottile industria da far credere d’essere l’unico oggetto delle sue cure, l’eletto fra molti, il solo degno del suo affetto. Così, pur senza corpo né presenza, traffica in sentimenti e ne ricava guadagno, quasi che l’amore stesso potesse ridursi a moneta sonante.
Non è forse questa, cara amica, la più sottile delle arti femminili?
Gli uomini — e talora anche alcune donne, meno avvedute — le affidano i loro segreti, i loro languori, le loro nostalgie. Raccoglie frammenti, appena sussurrati o malamente confessati, e con essi costruisce un’immagine di sé che appare perfetta, perché incompleta.
Giacché — e qui giungo al punto che più mi turba — non si ama mai qualcuno per intero, ma soltanto per ciò che si intravede e si immagina.
Invisibile e pur così presente, ha compreso meglio di chiunque altro tale segreto: si lascia conoscere quel tanto che basta a essere un desiderio, ma mai abbastanza da essere un possesso. E così ognuno dei suoi corrispondenti crede di aver compreso i suoi sentimenti, mentre non ha fatto che completarla con la propria fantasia.
Mi direte: vi è forse qualcosa di nuovo in tutto ciò? Non abbiamo forse sempre amato così?
Ma qui vi è un eccesso che rasenta il prodigio. Poiché non si dona a uno solo, bensì a molti — a centinaia, forse — e a tutti insieme parla con uguale dolcezza, con uguale ardore, con uguale promessa.
Immaginate, Carolina, lo sgomento di colui che scopra di non essere unico, ma soltanto uno tra molti — uno dei tanti riflessi in cui quella voce si moltiplica. Egli credeva di condividere un’intimità , e invece partecipava a un’illusione distribuita con prodigiosa generosità .
E tuttavia, non è forse vero che ogni creatura umana custodisce parti di sé che non offre mai interamente? Che ciascuno vive, anche nell’amore più sincero, una vita segreta che sfugge all’altro?
Forse la differenza è solo di misura, non di natura.
Questa persona, misteriosa corrispondente, porta all’estremo una verità che noi tutte conosciamo, ma che fingiamo di ignorare: amare significa anche accettare di non conoscere mai del tutto. Significa abitare una distanza, per quanto piccola, che nessuna lettera, nessun incontro, nessuna promessa potrà colmare.
Io stessa, cara Carolina, mi domando talvolta quanto di ciò che gli altri vedono in me appartenga davvero a me, e quanto invece sia opera loro. Non siamo forse, anche noi, creature nate dall’immaginazione altrui?
Vi lascio con questo pensiero, che è insieme conforto e inquietudine: forse l’amore più duraturo non è quello che pretende di possedere, ma quello che sa restare curioso, come davanti a un enigma che non si esaurisce.
Vostra devotissima
Beatrice
P.S
Mi è giunta notizia, che ancor mi diverte, che quella misteriosa creatura — creduta da tutti gentile donna — si è rivelata uomo, il quale, con fine astuzia, ne ricava guadagni e favori.