Torino, 13 settembre 1873
Mia carissima Carolina,
questa sera ho ripreso tra le mani l’Odissea, dopo le voci che ci sono arrivate anche in Piemonte del ritrovamento della città di Troia da parte di un certo Heinrich Schliemann e che ho letto con molto interesse ad agosto su Allgemeine Zeitung, e da qualche giorno vado rileggendo nelle ore tranquille, quando la casa finalmente tace e posso concedermi il piacere di tornare a quelle pagine che credevo di conoscere così bene. Eppure mi sono accorta che, con il trascorrere degli anni, anche le storie che abbiamo letto più volte possono mutare davanti ai nostri occhi, perché siamo noi a guardarle diversamente, portandovi dentro ciò che la vita ci ha insegnato. Così, mentre la città si fa silenziosa e dalle finestre entra quell’aria umida che sale dal Po, mi sono ritrovata a soffermarmi non tanto sulle imprese dell’eroe, quanto sulle donne che egli incontra lungo il cammino, e mi è parso che proprio attraverso di loro l’Odissea racconti qualcosa di sorprendentemente profondo sull’animo umano.
Ho letto recentemente alcune riflessioni sulla natura dell’uomo che mi hanno colpita molto e che, mentre rileggevo questi antichi versi, mi sono tornate alla mente. Vi si sostiene che la persona non sia una cosa immobile e immutabile, ma che possa essere profondamente trasformata dalle esperienze, dalle perdite, dalle prove e dagli incontri, pur conservando qualcosa di essenziale che le permette di riconoscersi nel corso degli anni. Mi pare un pensiero assai bello, perché significa che non siamo condannati a rimanere per sempre ciò che siamo stati, ma che possiamo cambiare, e forse persino imparare a dare un nuovo significato a ciò che abbiamo vissuto.
E allora ho cominciato a guardare quelle donne con occhi diversi.
Elena, innanzitutto, mi fa pensare al desiderio e all’idealizzazione, a quella strana inclinazione che abbiamo noi esseri umani a immaginare che la felicità si trovi sempre un poco più avanti, in una persona, in un luogo o in una vita diversa dalla nostra. Quante volte, mi sono detta, non amiamo veramente ciò che abbiamo davanti, ma ciò che la nostra mente ha costruito intorno ad esso? Elena è forse anche questo: il desiderio trasformato in immagine, la bellezza alla quale attribuiamo un potere che forse non possiede affatto, la promessa che una volta raggiunto ciò che tanto desideriamo ogni inquietudine finalmente scomparirà . Eppure sappiamo bene che non è così, perché l’animo umano porta con sé le proprie inquietudini anche quando ottiene ciò che credeva di desiderare.
Poi c’è Calipso, e con lei il tema della sicurezza, che mi appare ancora più sottile. Ella offre rifugio, protezione, persino l’illusione che il tempo possa fermarsi e che il mondo esterno, con i suoi pericoli e le sue sofferenze, possa essere dimenticato. Mi sono chiesta quale donna o quale uomo, dopo avere conosciuto la guerra, la perdita e la paura, non desidererebbe almeno per un poco un luogo nel quale nulla possa più ferirlo. E tuttavia ho letto che proprio dopo una grande sofferenza l’animo può cercare di proteggersi evitando tutto ciò che potrebbe nuovamente recargli dolore. È umano, certamente, ma vi è una sicurezza che, se diventa definitiva, può trasformarsi in una prigione senza sbarre. Calipso mi pare allora la tentazione di restare immobili, di preferire ciò che è sicuro a ciò che è vero, di rinunciare al rischio della vita pur di non dover più conoscere la sofferenza.
Circe, invece, mi conduce in una regione completamente diversa dell’animo, quella delle passioni, degli impulsi e delle emozioni che non sempre sappiamo governare. Mi piace pensare che ella rappresenti quella parte di noi che vorremmo talvolta nascondere persino a noi stessi, perché non tutto ciò che sentiamo è ragionevole e non tutte le nostre emozioni si lasciano ordinare con la facilità con cui sistemiamo una stanza. Desiderio, gelosia, paura, collera, attrazione: basta una parola, uno sguardo o un ricordo perché ciò che credevamo di avere sotto controllo torni a reclamare il proprio spazio. Ho letto che la maturità non consiste nel diventare insensibili, come se fosse possibile trasformare il cuore in una stanza vuota, ma nell’imparare a riconoscere ciò che proviamo e a non permettere che ogni emozione divenga immediatamente un’azione. E forse è questa la lezione che Circe porta con sé: non dobbiamo necessariamente sconfiggere le nostre passioni, ma imparare a conoscerle.
Poi c’è Atena, e qui la donna diventa quasi l’immagine della ragione che osserva, comprende e sa attendere prima di agire. Ella non rappresenta per me una saggezza fredda e distante, ma quella facoltà che permette all’animo di fermarsi per un istante prima di lasciarsi trascinare dall’impulso. Vi è una grande differenza tra chi reagisce semplicemente a ciò che gli accade e chi, pur provando paura, collera o desiderio, riesce ancora a domandarsi quale conseguenza avrà il proprio gesto. Mio padre diceva spesso che una macchina mal regolata può essere più pericolosa di una macchina difettosa; forse anche l’animo umano è così, e non dobbiamo eliminare le forze che ci abitano, ma imparare a governarle. In questo senso Atena mi sembra rappresentare non tanto la perfezione quanto la misura, la capacità di mettere ordine nel tumulto senza pretendere di cancellarlo.
Ma è Penelope quella sulla quale mi sono fermata più a lungo, forse perché più rileggevo le sue vicende più mi pareva ingiusto ridurla alla semplice immagine della donna che aspetta. Penelope non è soltanto colei che attende il ritorno di un uomo: è colei che conserva. Conserva la casa, la memoria, la promessa, la continuità di una vita che il tempo, la guerra e la lontananza avrebbero potuto dissolvere. E forse è proprio per questo che mi pare una figura molto più forte di quanto comunemente si racconti, perché attendere non significa necessariamente essere immobili; talvolta significa resistere al tempo senza permettere che esso cancelli ciò che riteniamo essenziale.
Ho letto che l’animo umano ha bisogno di legami capaci di offrire sicurezza e di rappresentare un punto fermo quando tutto intorno diventa incerto, e pensando a Penelope mi sembra di comprendere quanto possa essere importante avere qualcuno o qualcosa verso cui poter tornare, non perché quel luogo o quella persona ci restituiscano esattamente ciò che eravamo, ma perché ci consentano di riconoscere una parte di noi che credevamo perduta. Penelope non è dunque soltanto la donna che aspetta Ulisse: può essere letta come la memoria di ciò che egli era, ma anche come la possibilità di comprendere ciò che è diventato.
Ed è forse proprio questo che unisce tutte queste donne, pur nella loro diversità . Elena è il desiderio di ciò che immaginiamo possa renderci felici; Calipso è la tentazione della sicurezza quando abbiamo paura di soffrire ancora; Circe è il confronto con le passioni che non possiamo semplicemente cancellare; Atena è la ragione che cerca di governarle; Penelope è infine la memoria, il legame, la continuità , quella parte della nostra vita che ci permette di cambiare senza perderci completamente.
A pensarci bene, mi sembra quasi che siano loro, più dell’eroe stesso, a raccontare il viaggio interiore che si compie nel corso della vita. E forse è proprio questo che mi ha fatto rileggere l’Odissea con tanta attenzione: dietro le avventure, dietro le tempeste e le isole, dietro gli dèi e le creature fantastiche, vi sono donne che incarnano desideri, paure, passioni, prudenza, fedeltà e memoria, e ciascuna sembra porre una domanda alla quale nessuna di noi può sottrarsi completamente.
Mi sono chiesta allora se queste figure non parlino anche a noi donne, e non soltanto agli uomini che le hanno raccontate. Perché quante volte ci troviamo davanti alla tentazione di idealizzare ciò che non possediamo, come Elena; quante volte desideriamo costruirci un piccolo rifugio nel quale nessuno possa ferirci, come Calipso; quante volte dobbiamo fare i conti con le nostre passioni e con quella parte di noi che non obbedisce alla ragione, come Circe; quante volte siamo costrette a trovare dentro di noi la prudenza e la forza per non lasciarci trascinare dagli avvenimenti, come Atena; e quante volte, infine, siamo chiamate a conservare qualcosa: una casa, una famiglia, una promessa, un ricordo, mentre tutto intorno a noi cambia, come per Penelope.
Forse per questo, mia cara, l’Odissea mi è sembrata questa sera meno una storia di uomini che una storia dell’animo umano, e le sue donne mi sono apparse non come semplici figure poste sul cammino di un eroe, ma come presenze capaci di mostrare, ciascuna a modo proprio, una diversa possibilità dell’esistenza. Esse non sono soltanto coloro che Ulisse incontra: sono ciò che, in forme differenti, ciascuno di noi può incontrare dentro di sé.
E mentre chiudevo il libro ho pensato che forse la grandezza di queste donne consiste proprio nel fatto che nessuna di loro può essere ridotta a una sola parola. Elena non è soltanto bellezza, Calipso non è soltanto tentazione, Circe non è soltanto passione, Atena non è soltanto ragione e Penelope non è soltanto attesa. In ciascuna convivono contraddizioni, desideri e paure, proprio come accade a noi, e forse è questa complessità a renderle ancora così vive dopo tanti secoli.
Ora la candela si sta consumando e dovrei davvero smettere di scrivere, sebbene temo che, come sempre, domani tornerò a quelle pagine e troverò qualche altra ragione per disturbare la tua quiete con le mie riflessioni. Ti prometto però che alla prossima visita parleremo di qualcosa di più leggero; anche se, conoscendomi, non posso garantire che non finirò nuovamente per condurti tra gli antichi Greci e le loro donne, che mi sembrano, dopo tutti questi secoli, ancora capaci di conoscerci meglio di quanto noi conosciamo noi stesse.
Tua affezionatissima,
Beatrice